Tifo-granata
A Cairo si rimprovera la mancanza di poesia Com’è difficile vivere all’ombra della Juve Berruto: “Guardiamo sempre indietro”

Emanuele Gamba, redattore granatissimo dello sport di Repubblica  si definisce un “operaio della penna” e i suoi scritti non sono mai casuali, sempre attenti, precisi, mai banali.
Ma soprattutto veri e sinceri come il cuore che batte nel petto di un vero granata.

Nell’edizione Nazionale odierna di Repubblica nella rubrica L’italia da ritrovare – Le citta del calcio, Emanuele Gamba parla proprio di Toro, ma in particlar modo del Torino FC di Urbano Cairo, quel Toro che di Toro vero purtroppo ha ben poco. E lo fa avvalendosi anche delle dichiarazioni molto attente di personaggi granata DOC come Mauro Berruto, Eraldo Pecci e Alessandro Baricco.

Un approfondimento da leggere con molta attenzione. Ve lo proponiamo qui di seguito. Se vi va commentate e diteci cosa ne pensate.

In città si usa distinguere tra Toro e Torino, che non sono la stessa cosa. Il Torino è 6° in classifica, è una società solida, con i conti in ordine e un azionariato trasparente (rarità, in Italia), è la squadra che non sta mai né troppo in basso da avere paura né troppo in alto da avere le vertigini: uno stato di rassicurante stagnazione emotiva. Il Toro è invece una specie di concetto, una storia che si racconta, forse una finzione tenuta in vita per mera illusione, quel che resta di un’utopia perduta. Ma se il Toro senza il Torino può sopravvivere (e difatti è sopravvissuto a un ventennio di sterminio), il Torino senza il Toro no, se non a livello meramente aziendale. Il Torino Fc è un’azienda che funziona, sana, stabile. Quasi un lusso per un club che ha avuto nella sua storia soltanto due presidenti veramente affidabili, Ferruccio Novo che architettò il Grande Torino e Orfeo Pianelli che portò lo scudetto del 1976. Urbano Cairo è al suo posto dal 2005, quando arrivò con la società fallita e spolpata da avventurieri ora tragici e ora comici. Dal 2012 è tornato in A per non lasciarla più, ma senza nemmeno più lasciare quel grigiore di una classifica di mezzo che non eccita mai. «Ho imparato dai miei errori, ho capito che nessun giocatore ti cambia la vita, che è meglio comprare quelli che hanno fame o ancora da imparare. Ho smesso di arruolare gente in prestito e anzi siamo noi che adesso prestiamo. L’estate scorsa, dopo anni di plusvalenze, non abbiamo venduto nessuno e ho investito 52 milioni. Cosa posso fare di più?». Chi pensa “Torino”, risponde: nulla. Chi lo chiama Toro dice: e l’anima? e il cuore? E la memoria? La passione non è mai aziendalista. Il tifoso granata è una brutta bestia, o una bestia rara: è difficilissimo da capire, ancor più da stanare, figuriamoci da blandire. «Guardiamo nello specchio retrovisore e non la strada davanti», dice Mauro Berruto, ex ct dell’Italvolley. «Abbiamo punti di riferimento troppo alti, con quel passato che incombe. Ma anche un patrimonio narrativo unico al mondo su cui però Cairo non sa investire: più che su un top player, servirebbe un raccordo tra il club e un popolo che dà l’idea di essere rassegnato, ma credo facilmente infiammabile. Bastò vincere a Bilbao per incendiarci». Non è facile investire su quel patrimonio: spesso è indefinibile, anche equivocabile. Sarebbe il Filadelfia, per esempio, rinato dopo anni di scandaloso abbandono (fateci caso: il declino del Torino comincia esattamente nel ‘93, con il suo abbandono) ma di fatto solo un monumento a se stesso e non più la “Casa del popolo granata”, il posto dove si andava a vedere i giocatori, sì, ma anche a sentire le storie che gli anziani raccontavano. Si diventava del Toro in quel cortile, che adesso è chiuso sei giorni su sette perché gli allenamenti sono sacri e soprattutto segreti (Ventura fece installate degli indecenti, enormi paraventi, per evitare lo spionaggio dai balconi attorno) e quindi il Filadelfia c’è ma non palpita, non ritma, non educa. Il tifoso del Toro sente di non avere un posto nel calcio d’oggi, quello che, osserva Cairo, «è regolato dai fatturati: adesso il rapporto tra noi e la Juve è di uno a cinque, ma un tempo era di uno a due. Superare un certo limite ormai è impossibile. Sì, il Leicester l’ha fatto, ma poi è tornato nei ranghi. La classifica è in proporzione diretta agli stipendi pagati, difatti noi siamo al 6°-7° posto». Però come pubblico presente allo stadio il Toro è appena 13°: è un popolo che si sta spopolando. O, peggio, che si sta disinteressando. «I tifosi granata vogliono favole, storie, personaggi», spiega Eraldo Pecci, che per i granata ha vinto lo scudetto e persino scritto libri. «Ma oggi la storia, la geografia e la poesia sono stati schiantati. Oggi Meroni giocherebbe nella Juve e Ferrini nell’Inter. E allora quali storie racconti ai ragazzi?». Alessandro Baricco, forse proprio in quanto narratore, i suoi è riuscito a coinvolgerli, «e pensavo fosse impossibile, visto che i miei due figli sono cresciuti a Roma dove tifare Roma è molto bello. Ma il rito dello stadio cementa sempre molto: io, loro due e il nonno siamo sempre andati al Comunale, c’è stato il passaggio generazionale. Però è vero che è stato dilapidato un patrimonio di personalità sportiva. Mai nessuno di noi è cresciuto sognando lo scudetto, nemmeno negli anni ‘70, però ci siamo sempre portati dentro un passato pazzesco, uno spirito particolare, qualche eroe epico e una tifoseria speciale mentre oggi la Maratona non lo è più, in Italia ci sono curve più trascinanti. Lo stadio è freddo, noioso come il calcio di Ventura e Mazzarri. Efficace ma noioso. E i giocatori credo che avrebbero bisogno di un supporto psicologico, a cominciare da Belotti. Cairo è un presidente serio e prezioso, meno male che c’è, ma i suoi passi in avanti sono piccoli e lenti. E non ha saputo patrimonializzare la memoria». Quella, anzi, viene scambiata spesso per un fardello, eppure non sarebbe così difficile capire che il granata medio vorrebbe solo una cosa: che lo facessero sentire diverso, non inevitabilmente più piccolo di fronte alla gigantesca inavvicinabile enormità della Juve, che qui chiamano «l’altra squadra della città», per non nominarla. Però Berruto dice che bisognerebbe esorcizzarla: «La grandezza della Juve è un buon alibi, ma vorrei che diventasse stimolo. Il gap tecnico e mentale con loro c’è per tutti e a maggior ragione per il Toro, che lo vive a km zero, ma questa differenza dovrebbe far scattare il meccanismo psicologico opposto, aumentare le aspettative su se stesso. Sarebbe un salto di qualità culturale e invece è una zavorra che appesantisce sempre anche la classifica. Cosi finiamo per affidare tutto al derby, che puntualmente perdiamo perché giochiamo con la paura addosso mentre una volta era il contrario, era l’idea di ribellarsi al dominio juventino a migliorare il Toro. Ma oggi è più dura, lo riconosco: stanno finendo le elementari bambini che hanno visto solo scudetti della Juve». Al tifoso granata, allora, basterebbe che l’azienda Torino Fc offrisse un prodotto più adatto alla clientela cui si rivolge, che poi è forse soltanto l’orgoglio della diversità. Da chi, non è difficile intuirlo.