Giagnoni

La vita era ancora vita, non solo un’insieme di tante cose sempre più stressanti da affrontare. L’età era quella giusta per tifare per una squadra di calcio. Perchè di calcio si trattava e non ancora di SOLO BUSINESS. E se era il Toro, quello che ti era capitato in eredità familiare, eri un predestinato. A soffrire, certo, ma anche a stare dalla parte dei vessati e non da quella dei vessatori, dei padroni della città, del Piemonte e dell’Italia. La MaFiat controllava tutto, prima dell’avvento dell’egomaniaco di Arcore. Faceva il bello ed il cattivo tempo. Si dividevano gli utili, gli azionisti ma si costringevano a pagare tutti gl’italiani, la cassa integrazione programmata per fare ancora più soldi, passando il tutto, sempre, per crisi di mercato. Il giocattolino della ‘Famigghia’, la Rubentus, ha avuto più privilegi, lei, dei Reali in Inghilterra.  Il calcio è diventato poi business a tutti gli effetti, ma nella fase intermedia, l’epoca non era ancora quella dei diritti televisivi e dei grandi sponsor;  gli introiti si basavano ancora un po’ sui biglietti allo stadio ma soprattutto sulla vendita delle maglie originali dei  giocatori (attualmente 148 euro l’una), il famigerato “merchandising”. In quel periodo, i tentativi di far sparire la squadra granata sono stati molteplici. Sembra impossibile, ma per gli avidi di denaro,  vedere qualche bimbo di troppo con la maglia di Rosina era già vissuto come ‘un potenziale commerciale perso’, come ‘maglie di Del Piero in meno vendute’. “Torino è troppo piccola per due squadre, ce ne vuole solo una. Non siamo Milano ed il suo hinterland” è stato il tormentone,  (più nauseante del più ossessivo tormentone musicale estivo dei nostri tempi), ripetuto per anni dagli Agnelli.  I potenziali presidenti fatti fuggire a gambe levate dopo i colloqui con le ‘FORZE CITTADINE’, durante i quali gli si paventavano scenari da ‘terra bruciata’ e mille difficoltà, sono stati almeno tre, di cui due molto danarosi. Ecco quindi che possiamo sostenere che sì, il destino, con le disgrazie ed i lutti, ha infierito, ma gli avversari sleali in città non sono stati da meno e allora,  quando un avversario diventa sleale perché gioca sporco e di sport e di sportivo non c’è più nulla, è giusto che venga visto come nemico.  Nello scenario della ‘squadra della gente’ che deve combattere in inferiorità il Moloch della ‘società dei padroni dell’Italia’, s’inserì un grande uomo con le virtù antiche della sua terra, Gustavo Giagnoni. Fu lui che costruì le basi solidissime del Toro 1975 -’76, che in rimonta riuscì a strappare lo scudetto allo strapotere dei pigiami milionari. E fu lui che passò il testimone al sergente di ferro Radice, il quale ebbe il merito di portare allo scudetto la squadra attraverso la modernità del gioco, il modello della fortissima Olanda dell’epoca, quella di Cruyff, tanto per intenderci. Ieri Gustavo ci ha lasciati. Che la nuova esistenza sia per te meravigliosa e la Gioia, Eterna. E non temere, quando Dio ti verrà incontro. Il cazzotto tirato al bianconero Causio dopo il derby , ti sarà perdonato. E poi ti ricordi no… cosa citava la scritta sulle magliette in curva? “Dio tifa Toro, ma lo fa in silenzio, altrimenti Agnelli lo licenzia!”. Arrivederci Gustavo.