Pulici-Coppa-Italia
Il grande Pulici ospite al Gran Galà Granata dice la sua sul Toro e su Belotti

Sempre inneggiato ed idolatrato, Paolino Pulici ricambia con affetto, ne ha per tutti nessuno escluso. Lui uno che il Toro lo ha vissuto per davvero con cuore, ardore e tanta passione.
Non potevano dunque mancare interviste, dichiarazioni e pure consigli affinchè il Toro di oggi possa provare a tornare finalmente di nuovo grande.
Ecco le parole del grande Puliciclone :

«Una volta se ti trovavi bene in un ambiente non te ne andavi neanche morto, oggi però questo aspetto mi sa che è passato in secondo piano. Belotti? Deve tirare le somme degli ultimi anni, esaminare che cosa ha fatto la scorsa stagione e in questa. E chiedersi qual è la sua vera forza e cosa vuole diventare. Faccia un esame di coscienza. Io sono diventato una bandiera perché i tifosi hanno voluto così, ma non so se oggi c’è ancora spazio per queste cose. Quei valori si sono persi, nel calcio come nella vita normale. Viviamo un altro tempo. Non conosco Andrea di persona, se avesse 18 anni potrei dargli dei consigli. Ora però è un uomo, va per i 25, sta entrando nella fase migliore della carriera. Ai miei tempi, a 28 eri al culmine, rifletta bene in quale squadra vorrà giocare quando avrà quell’età. L’ambizione di abbracciare piazze che lottano per traguardi importanti ci può stare, però bisogna vedere se il gioco vale la candela. Ne abbiamo visti tanti di calciatori cui il Toro stava stretto che poi sono spariti. E poi, siamo sicuri che ci siano club di primissima fascia che lo vogliano per davvero? Anche la società deve capire fino in fondo le intenzioni di Belotti: trattenere uno che se ne vuole andare non serve a niente, anzi poi rischi di fargli fare le cose al contrario. Il Gallo ha pagato a caro prezzo i due infortuni subiti. Eventualmente, si vedrà l’anno prossimo dove è la verità. Spiegargli il significato di essere granata? Oggi è difficile capire che cosa sia: i rapporti di una volta tra la squadra e la piazza non esistono più, adesso si ragiona diversamente. Potrei anche ricordargli che cosa era il Toro, ma magari poi mi risponde: “Sei vecchio”…

Speriamo che tutti i ragazzi capiscano cosa vuol dire essere del Toro prendano un pochettino la mentalità che avevamo noi perché non è mai un giocatore che vince la partita ma tutta la squadra insieme ai tifosi. Senza i tifosi non si va da nessuna parte, lo dico anche ai bambini. Noi giocatori senza tifosi non siamo nessuno. Bisogna tenerli vicini, saperli ascoltare e cercare di farli divertire.

Il Filadelfia rinato ma chiuso. Noi avevamo qualcosa di particolare, giocavamo nello Stadio del Grande Torino. Erano gli spogliatoi che usavano loro. Io mi sentivo osservato da Loro. In campo dovevi dare il massimo per cercare di imparare il più possibile e la domenica vincere la partita. Il fatto che non c’è più quel contatto diretto con i tifosi, si perde un po’ quella caratteristica dell’essere del Toro. Anche perché il tifoso difficilmente ce l’ha con i giocatori, cercherà sempre di aiutarli il più possibile. E questa non è una cosa che avevamo solo noi, ce l’hanno anche oggi e la dimostrazione c’è. Guardiamo l’Inghilterra o la Germania: hanno stadi stracolmi e nessuno fa allenamento a porte chiuse anche perché non ce ne sarebbe il motivo. Se devo capire come gioca una squadra vado a vedere le partite, non gli allenamenti. In settimana si provano tante cose che poi la domenica magari si fanno una volta sola. Però bisogna entrare nella testa di queste persone per capire certe scelte».

Tratto da interviste fatte da Toro.it e La Stampa